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Le vette hanno sempre galvanizzato i cineasti. Fin alle origini e in modi differenti. C’è stato il periodo della scoperta – bianchi e neri sgranati, la neve luccicante – poi quello della celebrazione eroistica più che patriottica (in particolare a cavallo degli anni Trenta e Quaranta, indovinate perché…).

In seguito la montagna ha significato realismo, sacrifici, vita dura. Solo più recentemente si è capita la sua portata più universalistica: vivere tra le cime è guardare l’esistenza quasi allo stato puro e mettere in scena la vita di lassù significa cercare di cogliere un rapporto diretto con le asperità e la gioia. E quindi con l’enigma.

 

Prendete ad esempio il recente La ragazza del lago diretto da Andrea Molaioli (2004). È un’indagine poliziesca (la giovane del titolo è scomparsa, forse uccisa) ma al tempo stesso una ricerca su chi indaga (il superbo Toni Servillo) egli intrecci che si formano attorno al lago di Fusine, in Friuli Venezia Giulia. L’esito finale è quasi ininfluente: l’essenziale è che lo spettatore, con l’atmosfera tersa di quei luoghi, intuisca quanto la vita possa essere misteriosa.

 

Un po’ quel che avviene, con dinamiche diverse (la comunità stretta,chi è dentro chi è fuori) nel bellissimo Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti, girato nell’Alta Val Maira, in un Piemonte linguisticamente diverso dal solito (a Ussolo si parla l’occitano). È qui che Philippe decide di andare a vivere ed è qui che all’accoglienza iniziale subentreranno gli sguardi ostili e diffidenti: lo straniero, senza volerlo, ha messo in crisi equilibri centenari.

Accade anche nelle città, tranne che senza le vette non riusciamo a guadagnare un punto di vista più elevato e distaccato…

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